L’Orchestra della Svizzera Romanda è diretta dal carismatico Stefano Montanari, che durante l’opera Anna Bolena occasionalmente improvvisa anche al pianoforte storico, il pianoforte a martelli, tra un momento di direzione e l’altro. Questa produzione è tradizionale, cosa piuttosto insolita per il teatro ginevrino, che mette per lo più in scena opere di regia, trasformando i lavori classici in interpretazioni molto moderne. I ruoli principali sono interpretati dai soprani francesi Elsa Dreisig e Stéphanie d’Oustrac, provenienti da famiglie di musicisti e compositori, oltre che dal baritono italiano Alex Esposito e dal tenore uruguaiano Edgardo Rocha.
Le opere Anna Bolena e Roberto Devereux beneficiano molto della trama, e le voci scelte si adattano ai loro personaggi. In Maria Stuarda, invece, le voci non hanno soddisfatto le aspettative. La protagonista è un mezzosoprano, cosa atipica per le opere belcantistiche. È stato difficile ascoltare il personaggio principale, Maria, che ha cantato per tutta l’opera a mezza voce; presumibilmente la cantante aveva difficoltà vocali quella sera, perché nella parte successiva, Roberto Devereux, ha cantato bene.
Eseguire sei spettacoli in due settimane è uno sforzo titanico da parte dei cantanti, che merita lode; tenere a mente tre opere di quasi tre ore ciascuna richiede una preparazione immensa, ed eseguirle a giorni alterni sul palco richiede resistenza fisica e psicologica.
Elsa ha fatto una grande impressione in tutte le opere; tutto è stato cantato in modo impeccabile. Il ruolo degli amanti appassionati si adattava al temperamento del tenore, che ha rappresentato con abilità i caratteri dei suoi eroi in scena. Una menzione speciale va fatta alla mezzosoprano ucraina Olena Lezer, che interpreta il paggio Smeton nella prima parte della trilogia, dimostrando professionalità e un timbro vocale ricco.
Nonostante la loro età relativamente giovane, i cantanti dimostrano un’eccellente tecnica belcantistica, e la loro recitazione è coinvolgente. L’Orchestra della Svizzera Romanda, sotto la direzione di Stefano Montanari, accompagna e sostiene perfettamente i cantanti.
Le scelte registiche sono piuttosto semplici e standard. Alcuni episodi spiccano fuori contesto, tra cui la scena “dell’amor proprio del paggio sotto la coperta” mentre osserva un ritratto della regina nella prima parte della trilogia, e le persone con le telecamere alla fine della seconda parte, prima dell’esecuzione di Maria Stuarda. Non era chiaro perché questi elementi fossero stati aggiunti, poiché non corrispondevano all’insieme della produzione. In Roberto Devereux tutto era impeccabile e organico.
Le scenografie delle opere sono simili: sullo sfondo, natura, bosco, alberi. Un leitmotiv attraversa tutte le produzioni: personaggi che hanno solo un’influenza emotiva sullo sviluppo della trama, una bambina che rappresenta i ricordi d’infanzia, accenni alla sentimentalità, all’innocenza e alla purezza dell’eroina, e una donna anziana come simbolo di saggezza, uno sguardo al passato dalla prospettiva dell’esperienza vissuta.
Nella produzione di Roberto Devereux vengono riutilizzate le scenografie familiari delle parti precedenti, legando sinteticamente tutto in un’unica storia. Sul palco vediamo un’Elisabetta I invecchiata, mentre nella prima parte era ancora una bambina e nella seconda una sovrana coraggiosa, guerriera e severa. Ai due lati del palcoscenico, gli schermi mostrano un ritratto di Elisabetta, con cambiamenti di espressione e mimica: le sue emozioni interiori, che deve nascondere a tutti per tutta la vita.
Così si conclude la stagione d’opera di quest’anno a Ginevra, con la prima dell’ultima parte della trilogia di Donizetti.